L’amore è acqua.

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l’amore è acqua.
acqua da bere.
– <<sarebbe facile inventarlo, ma il senso me lo dovevo costruire da solo>>, dico a me stesso.
poi, pieno di sconcertante-finta modernità e apparente-raffinatezza filosofica penso costantemente, come sotto un bombardamento primordiale, al significato dei rituali da sottomissione.
ma perché c’è prevaricazione?
ho uno specchio e mi guardo con occhio alieno, gli insulti che ho fatto a me stesso la notte prima hanno sortito un unico risultato: non smetto mai di fare la stessa domanda all'”io assente”.
– <<piegato a chi?>>
– <<e perché?>>
ma a volte non ne capisco più il senso e lo scopo della mia ricerca sembra perduto (devo essere onesto sino in fondo: il mio stesso interesse, qualche tempo fa, era andato affievolendosi).
insisto ancora: “ma perchè quasi tutto è gestito da gente mediocre e inamovibile?”.
però così non va, devo affrontare la questione da un punto di vista differente.
dovrei cercare altri canali ma realizzo in breve tempo che è e sarà impossibile.
cazzo, ora vorrei sparire, lasciandoti semmai un recapito telefonico.
sparire e correre nel Jazz Club di piazza Mazzini, bere fino allo sfinimento per poter baciare ancora la mia illusione.
ma quella puttana è una strettoia verso l’ignoto, profonda e marziale.
bevo.
finalmente sono ubriaco perso, sogno la libertà e la urlo, superando in decibel il duo nuit franceise che mi guarda atterrito.
<<è arrivato il momento, basta!>>.
dobbiamo riuscire ad uscire dal linguaggio del mondo che, nell’ottica del dominio, affonda la malaerba del potere.
ma ‘Giano’, l’impietoso bifronte del comando, non è aggredibile da niente; ma forse lo è ‘dal niente’.
sarò anche un paladino del menga ma quel dolore profondo che nasce dal non trovare la via, è forte.
però un pensiero su Gandhi mi aiuta sempre.
la ‘non violenza’; il niente che si oppone al tutto.
lo so, certe mie parole vivono in bugigattoli della mente, dove dormono intere famiglie di pensieri, in condizioni igieniche davvero precarie.
questa cosa mi si rivela sempre nei momenti in cui crollo, ma resto comunque sospinto e compenetrato dal sentire che prima o poi ce la faranno.
i posteri, ovvio.
non certo noi.

sigaretta.

accendo.

tiro e trattengo.

fuori.

cazzo, ora vorrei scopare facendoti di tutto.
tutto quell’impossibile di certi racconti su esperienze corporee che in contesti erotici, spesso danno impressione di “messa in scena”.
però a volte tra noi era stato davvero così.
così vero, che poi non ci lavavamo.
avevamo attinto alle voragini più profonde della nostra sensibilità in un viaggio senza inizio ma già pronto a finire.
lo avevamo stabilito, era nei patti.
il piscio e l’ammoniaca furono i profumi di quel nostro ultimo viaggio.
come gli odori acri delle stazioni di una vita in cammino.
come quegli sfigati che sull’umana condizione approdano postumi.
devo lavarmi.
puzzo.
puzzo di quell’atteggiamento poroso che traspira tutto e tutti.
<<acqua>>!
<<ho sete>>!
bevo.
l’acqua è amore.

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