Pina

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per Piazza Grue non si poteva passare. era il 1973 e in certi quartieri della mia città transitare era impossibile; se non accompagnati da qualche amichetto del posto. eravamo tutti ragazzini di dieci anni ma con le idee ben chiare su come si sarebbero svolti i fatti del tempo presente e di quello a venire. direi che eravamo tutti molto all’erta. in quella zona, abitava una parte delle solitudini della città. c’era gente che raramente incontri per strada; erano i ‘malfamati’ di Bukowski, gli stessi descritti dal realismo sporco. per taluni i ‘disgraziati delle case popolari’; come era in uso dire dai ‘dirimpettai per bene’ di via Vespucci. un mondo a parte, fatto di case povere e brutte, fatto di tetti in eternit o di vecchie tegole rubate chissà dove; in fondo fatto di niente ma immerso in una piccola pineta che dava quel poco di dignità al posto. nella terza casa, posta a sinistra del viale brecciato che divideva questa sorta di slum, abitava Pina. era una stupenda dodicenne che vendeva il proprio corpo ai coetanei (e non solo) per qualche lira o vestito usato. mi capitò una volta, stranamente, di essere invitato dal fratello per espresso desiderio di lei. era un martedi. entrai davvero intimorito in quell’abitazione, piena di strani fumi, odori e vecchie foto ingiallite del Duce a Piazza Venezia. percorsi lentamente un lungo e zigzagante corridoio, tappezzato con carta da parati damascata di color rosso porpora. “fermati, è lì!”, disse a un certo punto una vecchia vestita di nero; seduta come una sentinella, a guardia del vero tesoro di famiglia. ero finalmente giunto nel posto più ambito dell’intera zona urbana; la camera della ‘bella figa’. la trovai seduta sul davanzale della finestra, aveva pantaloni attillati e una camicetta bianca sbottonata fino al crocifisso della collanina in oro; regalo di chissà quale comunione. indossava le scarpe viola della sorella (lo capii poiché le si scollavano troppo dal tallone) che avevano un tacco davvero esagerato. era realmente affascinante. sorridendo, mi guardò con quegli occhi verdi da liquefazione istantanea e disse: “Frà, mi faresti gli esercizi di matematica che ci ha assegnato quella stronza della Gabrielli?”. dopo nemmeno un decimo di secondo, i miei fluidi cominciarono a fuoriuscire dai pori con una intensità che avevo conosciuto solo dopo aver giocato la classica partita di pallone con gli amici. risposi, raccogliendo un po’ di coraggio: “Pina, sei sempre la solita. come farai poi all’interrogazione? dovresti imparare almeno qualcosa, almeno qualche operazione, cazzo!”. a questa mia ‘esemplare’ affermazione, replicò con una di quelle frasi che lasciano una profonda impronta nella mente di qualsiasi maschio e che rivelano l’enorme differenza di maturità, tra un uomo ed una donna di pari età: “senti, qualcosa ho imparato sul cazzo, anzi ti dirò sui cazzi. me li infilo ovunque e davvero bene. vuoi che ti faccia un esempio? tira fuori il tuo pisello, su caccialo fuori!”. rimasi di ghiaccio. non riuscivo ad emettere alcun suono. ero in stallo totale. pensò lei a sbrogliare la matassa di quel momento assurdo. “sei un coglione, ora vai a casa e completa il mio quaderno, me lo darai domani a scuola”. e così feci. lei morì di tumore al fegato circa un anno dopo quell’incontro. all’obitorio non c’era quasi nessuno; solo la madre, la sorella, l’amica del cuore e pochi altri compagni. il pianto di tutti noi era cupo, sembrava il suono di un tamburo lontano. prima che chiudessero la bara con lo zinco, le infilai un foglietto tra le mani e le accarezzai i capelli. era quel calcolo matematico che non aveva mai digerito. con la soluzione. Pina era bellissima.

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