In maniera woodstockiana

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  • Da molti punti di vista non avrei dovuto leggerla, era una lettera del suo ultimo compagno, tuttavia la curiosità mi sovrastò e sopprimendo la ragione freneticamente l’aprii.
  • La parte superiore era strappata (chissà per quale ragione) e in quel che rimaneva c’era scritto:

«…e ricordati, mio caro amore, che vieni da una famiglia nella quale tua madre si augura giornalmente la morte del figlio cinquantenne [il tuo caro fratello, quello che: “ci picchiava sempre quando eravamo bambine”; così dicevi] poiché lo considera un nullafacente cronico con alle spalle due matrimoni falliti e due figli, i tuoi e suoi nipoti, che senza alcuna pietà vorrebbe rinchiudere dentro una casa famiglia. E tua sorella? Povera anima. L’ha plagiata sin da piccola verso la via del matrimonio forzato [tant’è che tutti i tuoi parenti la chiamano la ‘vedova bianca’] e l’ha convinta, con un tartassamento decennale, a non aver figli poiché “i figli pesano e sono delle cambiali a vita”. Tu sai bene quanto questa rinuncia le sia costata quella grave malattia psicosomatica che l’ha costretta ad un trucco permanente che tutti ancora oggi deridono. Roba da far tremare i polsi…»

  • Quest’uomo era infuriato, pensai. Ma perché? Cosa lo spingeva a scrivere in questo modo? La mia donna che segreti mi stava nascondendo?  Avevo mille domande che rotolavano nella mente insieme al forte desiderio di leggere ancora, e quindi continuai.

«…Pecco di eccesso? Non credo proprio. E tu? Come pensi di essere venuta fuori? Ti senti la solita principessa senza macchia? Ma che cazzate racconti in giro? Se i nostri amici sapessero la verità, cambierebbero tutte le carte in tavola. Tu, mio dolcissimo amore, sei stata una ribelle fin da subito, hai scoperto la sessualità in maniera woodstockiana proprio per opporti a quella ‘violenta’ educazione subita. Ti sei distrutta nel fisico beccando malattie veneree come fossero caramelle. Ma che cazzo di famiglia siete? Grazie a Dio tuo padre se n’è andato prima di vedere tutto questo scempio; pace all’anima sua e che gli angeli lo abbiano in gloria. Siete solo dei poveri pazzi, devastate tutto quel che vi passa per le mani e agite con una sistematica disumanizzazione, io stesso…».

  • All’improvviso lei entrò nella stanza.
  • Feci appena in tempo a nascondere il foglio sotto i miei appunti e con un sorriso a trentadue denti le chiesi: “Amore, stasera andiamo da Francesca e Antonio?”

 

[piccolo estratto dal romanzo “La mia piccola Roma” – di Francesco Iacovetti – di prossima pubblicazione]

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